Mi pare abbastanza chiaro, stiamo navigando sempre più velocemente verso un AI first in tutte le salse. Pochi giorni fa Google ha ratificato che proprio i risultati che siamo abituati a consultare passano ormai tutti da filtri AI. Trovare un programma, piattaforma o gestionale che non abbia qualche rimando all’intelligenza artificiale pare più complicato che vedere l’Italia calcistica ad un mondiale. Grafiche, video e news sono infarcite tutte da modifiche “artificiali” diventate sempre più difficili da smascherare.
Cosa abbiamo ottenuto in cambio?
Molti, già ora, non sanno nemmeno più scrivere una mail senza l’aiutino. Per altri l’AI è diventato lo stagista sottosottosottopagato, per altri ancora anche il confidente “speciale” a cui confidare i più reconditi sogni e pruriginosi desideri.
Ma come ho potuto già esprimere in varie forme (conferenze, corsi, podcast) tutto questo mappazzone di dati alimenta le profilazioni globali che poi vengono utilizzate per generare buyer personas, anticipare mode, tendenze e, perché no, tendenze politiche.
Siamo quindi condannati ad essere globali?
Forse sì e forse no. Nel senso che se vogliamo seguire la strada più veloce del “tanto non ho niente da nascondere”, possiamo digitalizzarci e tecnologizzarci simil novelli cyber-esseri-umani. Stagnare nelle spirali globaliste. Non essere mai padroni né della tecnologia, né di ciò che con essa si produce. Un po’ come la storia della sovranità monetaria tanto decantata, ma poi i flussi di pagamento passano su canali facilmente richiudibili da parte di paesi stranieri.
L’alternativa?
Premetto che è sicuramente la strada più lunga e sicuramente non rettilinea, ma il riuscire a costruirsi sia come sistema paese, sia come aziende (financo ai privati) delle strutture digitali e fisiche autonome dove rimanere padroni della tecnologia, dei dati che si esportano e importano, della conoscenza acquisita internamente, a mio avviso può portare a nuove performance ed ad una migliorata competitività da spendere sul mercato.
Ci sono paesi come la Francia e in qualche misura la Germania che stanno già puntando verso questa direzione. Anche aziende strategiche per il paese stanno lavorando in questo momento sia su piattaforme proprietarie che su modelli di intelligenze artificiali addestrati internamente
Ma non si rischia una frammentazione globale?
Forse sì, ma questo è anche un auspicio. Tutti sintonizzati sugli stessi canali o sincronizzati sulle stesse piattaforme, potrebbe portare a rischi di blackout globali con risultati disastrosi. Sporadicamente stiamo già assistendo a questi problemi.
Per dirla in informatichese, dobbiamo preoccuparci sia degli input che degli output delle nostre piattaforme, ma se ci soffermiamo sugli output, con regole certe, beh quelle al massimo possiamo globalizzarle, per migliorare la ricerca scientifica, i casi studio e l’andamento del Mondo.
Faccio un esempio con la fatturazione elettronica.
Chi ha la partita IVA sa che ci sono sul mercato innumerevoli programmi dove poter creare e gestire le proprie fatture o parcelle. Quello che alla fine viene spedito telematicamente all’Agenzia delle Entrate è un file rss uguale in tutti i casi.
Conclusione
Viste queste premesse è per me vitale, in campo lavorativo, adottare la seconda ipotesi. In tutti i pilastri della mia attività: Formazione, Comunicazione e Organizzazione tramite strumenti digitali. Questo per creare ecosistemi digitali in cui io o i miei clienti rimaniamo i proprietari delle piattaforme o conoscenze per poterle governare e non subirle.


